Ma dove e come morì Giacomo Leopardi? ecco le vicende..

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La sera del 16 luglio 1976, dai microfoni e dalle telecamere del “TG 2 stanotte”, partì la strabiliante notizia secondo la quale Giacomo Leopardi non morì a Torre del Greco ma a Napoli.
E chi ha detto mai che il Leopardi morì a Torre del Greco?! Da oltre un secolo una lapide, murata in Napoli alla Salita S. Teresa al Museo, sta ad indicare ai passanti la casa in cui si spense il grande poeta. Eccola:

OSPITE DELLA CITTÀ DI NAPOLI

NEI QUATTRO ULTIMI ANNI DI SUA VITA

GIACOMO LEOPARDI

MORIVA IN QUESTA CASA

AI XIV GIUGNO MDCCCXXXVII


Il giorno dopo, 17 luglio 1976, il “Roma”, il più antico giornale napoletano, usciva dalle rotative con la “grande notizie del secolo”.
Occhiello: E non a Torre del Greco – Titolo: Leopardi morì a Vico Pero – Sommario: Il prof. Saviano, parroco di Ottaviano, ha trovato l’atto di morte registrato presso la chiesa dell’Annunziata a Fonseca.
Ecco l’atto di morte conosciuto da tempi immemorabili, da “Ramunno e tutt” o munno“:

A 15 giugno 1837 Don Giacomo Leopardi conte figlio di Don Monaldo e Adelaide Antici, di anni 38, munito dei Santissimi Sacramenti, a’ 14 detto mese, sepolto id. Deceduto Vico Pero n. 2.

Rileviamo subito che il Leopardi contava 39 anni (mancavano 15 giorni) e non 38; che NON È VERO che ricevette i SS. Sacramenti; e che quel “sepolto id. ” (idem) significa che il poeta seguì la stessa sorte di altri defunti, morti di colera in quei giorni.
La “scoperta” del parroco di Ottaviano fu fatta nel 1888 da Camillo Antona Traversi e nel 1908 dal Padre Gioacchino Taglialatela il quale in base al detto documento, nel corso di una lunga polemica, in qualità di religioso ebbe a sostenere che il trapasso del poeta avvenne con il conforto dei SS. Sacramenti e, in qualità di uomo, sostenne a spada tratta che Antonio Ranieri disse il falso, perché la salma del Leopardi non fu mai portata a seppellire nella chiesa di S. Vitale a
Fuorigrotta, ma inviata, come tutte le altre, al cimitero dei colerosi. Così dicendo il buon padre, pur essendo un religioso, disse anche lui la bugia perché, come vedremo, il poeta NON ebbe nessun conforto religioso.
Il 21 luglio 1976, il “Roma” torna alla carica e conferma la notizia.
Occhiello: Ha ragione il parroco di Ottaviano – Titolo: Conferma: Leopardi morì a Napoli – Negli archivi comunali è custodito il certificato di stato civile: fu rilasciato dall’aggiunto all’Eletto, Antonio Candida il 15 giugno 1837. L’articolo, incorniciato su due colonne inclusa una foto del certificato, incomincia con le seguenti parole:

Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato i risultati di profondi studi compiuti da un sacerdote, don Luigi Saviano, parroco di Ottaviano, secondo il quale Giacomo Leopardi sarebbe morto a Napoli e non, come si e sempre affermato, a Torre del Greco, in frazione Leopardi, dove il poeta soggiornò e dove, tra l’altro, concepì i sublimi versi de La Ginestra.

Roba da chiodi per non dire da schiaffi.
La culturale notizia giunge al nord e non può non interessare gli ambienti letterari di Torino e di Milano.
Dalla capitale dell’automobile, esce il settimanale “Tuttolibri”, edito da “La Stampa”, in cui si parla di tutti i campi dello scibile umano e di cultura italiana e mondiale. Direttore Arrigo Levi (si, si, proprio lui), vice direttore Carlo Casalegno e altri culturati redattori. Il settimanale reca la data del 31 luglio 1976. Leggete:

Leopardi e il curato – Napoli, luglio.
Giacomo Leopardi non è morto a Torre del Greco, come si è sempre creduto, ma a Napol4 sostiene un curato di Ottaviano, don Saviano. La notizia non mancherà di suscitare interesse e polemiche.

Indi è riportato il famigerato atto di morte nel quale si afferma che il poeta morì a vico Pero n. 2, per concludere che:

Secondo don Saviano, Leopardi sarebbe morto in quel vicolo napoletano, mentre il suo fedele amico, Antonio Ranieri, lo stava portando a Torre del Greco in carrozza.

Da Milano replica “L’Europeo” (N. 32, 6 agosto 1976) con un articolo di Gian Franco Vené, dal titolo:

SCUSI, CHE FINE HA FATTO LEOPARDI? – Un parroco umanista ha dedicato dieci anni per 0ricostruire le peripezie del cadavere di Leopardi, morto di colera in un vicolo di Napoli e destinato, secondo la legge, alla fossa comune.

Gian Franco Vené getta la ciambella di salvataggio a don Luigi Saviano e, attraverso una tortuosa e lunga serie di ripetizioni che sono sempre le stesse fregnacce di Antonio Ranieri, fa capire che don Saviano non si era mai sognato di ” scoprire ” l’atto di morte nella chiesa dell’Annunziatella a Fonseca, ma di aver scoperto l’atto di battesimo ANCH’ESSO INEDITO, nell’archivio della parrocchia di S. Maria Morello in Recanati, dal quale risulta pure che il Leopardi, oltre a Giacomo, aveva altri quattro nomi e cioè: Taldegardo, Francesco Salesio (Sales), Saverio e Pietro. Che l’intervento del Vené, spontaneo o sollecitato, aveva lo scopo di trarre dal marasma in cui si era cacciato il povero don Saviano, non tanto per colpa sua, ma per l’ignoranza dei culturati, è dato dal fatto che l’ottimo giornalista de ” L’Europeo “, alla firma fa seguire il seguente corsivo:

P.S. Povero, caro don Luigi Saviano, erudito Lei si è alquanto rammaricato perché la radio e la TV hanno frainteso le sue ricerche e le hanno attribuito l’arcinota notizia che Leopardi morì a Napoli anziché a Torre del Greco. La TV non è l’Accademia dei Lincei, e si sapeva. Ma guardi qua, don Saviano, il numero di Tuttolibri del 31 luglio ’76. Quelli di Tuttolibri dovrebbero sapere quasi ogni cosa. Ahimè, non solo ribadiscono che lei ha scoperto quel che Antonio Ranieri già raccontò sul finire del secolo scorso nel suo libro su Leopardi; ma le fanno scoprire, don Saviano, che Leopardi è morto in carrozza. Hanno scambiato il capezzale con la cassa inchiodata, il genio immortale col morto. E loro sono laureati, don Saviano.

Dal tono affettuoso del Vené, col quale si rivolge al parroco di Ottaviano, quasi lascia supporre che siano compaesani.
E nemmeno la partecipazione della nascita del Leopardi che lo stesso don Saviano avrebbe trovata nell’archivio Cavalli di Ravenna era inedita, perché il documento, in fotografia, era stato già pubblicato nell’Enciclopedia Cattolica, 25 anni prima che don Saviano lo rinvenisse…
Tanto rumor per nulla? – voi dite. Eh no! Don Luigi Saviano, prima di essere un leopardiano accanito, è un pio sacerdote e fa salti mortali e acrobazie da alta scuola nell’intento di dimostrare che non solo il poeta in punto di morte ricevette i conforti religiosi, ma anche che era credente, era pio e religioso, che indossava perfino un sacro abitino. E che, inoltre, in una lettera scritta al padre, due settimane prima di morire, il 27 maggio 1837, concludeva con queste parole:

e prego !oro tutti a raccomandarmi a Dio.

Insomma, don Saviano ricalca le orme di padre Gioacchino Taglialatela.
Del resto non è il solo caso, anche a Genova un altro sacerdote è impegnato in accurate ricerche per dimostrare che il poeta Guido Gozzano non era un ateo, ma che, addirittura, era terziario francescano. Il compito del prete genovese si presenta più facile: don Vittorio Cambiaso potrebbe essere più fortunato di don Saviano. Egli ha sempre a disposizione le lettere d’amore della poetessa Amalia Guglielminetti e da quelle potrebbe anche ” scoprire” se Guido Gozzano, sul corpo nudo portava il cilicio o il cordiglio… Amalia lo sapeva di sicuro, perché con Guido, insomma, beh, lasciamo andare…
Per il Leopardi non c’è nessun appiglio e le bugie, come disse il Beato Vincenzo Romano, sono sempre peccati. Le pecorelle all’ovile si portano quando sono vive, non quando sono morte e già puzzano. Nella vicenda del Leopardi due uomini soltanto brillano per la loro onestà: il medico Nicola Mannella e l’agostiniano scalzo, padre Felice; tutti gli altri disonesti, corrotti, corruttori, mentitori e falsificatori. Eppure, non si crederebbe, non c e stato nessuno che non ha creduto in tutto o in parte alle menzogne di Antonio Ranieri; menzogne che poi non occorre troppa fatica per smascherare. Basta seguire il filo della logica, senza bisogno di “scoprire ” niente, e senza presunzione alcuna, anche perché non siamo laureati come i giornalisti professionisti di “Tuttolibri”. Basta pensare che nell’Enciclopedia delle Vite Illustri a cura di Cesare Resmini, edita dal De Vecchi, Milano 1965, a pag. 281, si legge proprio così:
“LEOPARDI Giacomo, Recanati, 1798 – Torre del Greco (Napoli), 1837”.
Alla faccia della cultura e di tutti i mass media.

* * *
Leopardi morì il 14 giugno 1837, mentre a Napoli infuriava una terrificante epidemia di colera. Al momento del trapasso, sempre se e vero ciò che scrive Antonio Ranieri (perché di questi occorre prendere tutto con le molle) erano le ventuno italiane, vale a dire le cinque del
pomeriggio. Se fosse morto invece alle ventuno italiane del 14 dicembre, sarebbero state le due del pomeriggio. Un altro esempio: Il Beato Vincenzo Romano mori alle diciotto italiane del 20 dicembre ed erano le li del mattino, se fosse stato in giugno sarebbero state le due del pomeriggio. Molti scrittori non l’hanno ancora capito (cfr. Giovanni Artieri Penultima Napoli Milano 1963, pag. 315).
L’Artieri, specialmente come napoletano, queste cose le avrebbe dovuto sapere e non parlare di ” crepuscoli lunghi e strisce di chiarore “, anche perché il Ranieri lo specifica bene nel Sodalizio. A quei tempi, per indicare le ore 21, cioè le nove di sera, occorreva specificare che era l’ora di Francia. Per noi invece è l’ora… di riprendere il filo del discorso.
Antonio Ranieri scrisse le sue balle, prima nel 1845, poi in un “supplemento”, nel 1847, ed infine nel Sodalizio nel 1880, sempre per sostenere che il suo amico non morì di colera e che la salma fu risparmiata dall’essere gettata nella fossa comune, mentre in realtà le cose andarono proprio così: il Leopardi morì di colera e la salma nella fossa comune andò a finire.
Fin da quando avvennero i fatti nessuno mai credette a quanto diceva il Ranieri, e quindi ancora prima che scrivesse le sue “memorie”. Primo fra i tanti, Ferdinando Petruccelli della Gattina che finse di essere andato di notte nel cimitero dei colerosi e non avendo trovato la tomba del Leopardi, aveva attaccato ad una croce anonima un pezzo di carta con la scritta qui sta sepolto Giacomo Leopardi. Non ci credette la poetessa Giuseppina Guacci-Nobile, non ci credettero i Gesuiti, tanto per citarne alcuni.
Antonio Ranieri, con la complicità dei suoi familiari e della servitù, fin dal mattino del 14 giugno, per allontanare il sospetto che in casa sua ci fosse un coleroso, fece sostare la carrozza con il cocchiere “Danzica” all’angolo del Vico Pero sulla strada di S. Teresa, per far credere al vicinato che si era in procinto di partire per Torre del Greco, mentre invece il povero Giacomo stava morendo di colera.
Occorreva inventare qualche altra cosa per far credere che il poeta stava bene con il pancino, ed ecco che il Ranieri scrive che Leopardi la notte avanti il 14, aveva sgranocchiato tre libbre (963 grammi) di confetti di Sulmona e che mentre stava in procinto di “partire” …per Torre del Greco, ingurgitava una specie di brodaglia alternata con un’abbondante granita fredda, cose impossibili per un ammalato di colera. Il Ranieri DOVEVA far credere che il poeta si spense per morte repentina, e quindi occorreva inventare ancora dell’altro per non far capire che il poeta agonizzava. Allora pensò di “farlo parlare”. Ed ecco come scrive:
Era già scodellata la minestra. Ed egli postosi a sedere a mensa PIU’ GAIO DEL SOLITO, n’aveva già tolte due o tre cucchiaiate, quando rivòltosi a me che ero seduto allato:
Mi sento un pochino crescere l’asma – mi disse – si potrebbe riavere il Dottore?.

Il Ranieri così continua:

Questi era il professor NICCOLÒ MANNELLA, ch’ era stato il più assiduo e il più affettuoso de suoi curanti: uomo d’aurea scienza e di più che aurei costumi medico ordinario del principe reale di Salerno.
E perché no? – gli risposi. Anzi andrò di persona per esso.
Era uno dei più memorabili giorni della mortalità cholerica: e non mi parve stagione da mandar messi… Andai con la carrozza medesima che ci attendeva, affidandolo a’ miei massime alla mia sorella Paolina. E togliendo l’instancabile MANNELLA di tavola, fummo di volo a casa … dove, quando io sopraggiunsi col MANNELLA, lo trovammo neanche a giacere, ma solamente sulla sponda, con alcuni guanciali di traverso che lo sostenevano.

Scrive ancora il Ranieri che Leopardi era vestito e nel frattempo che lui era andato a chiamare il dottor MANNELLA, il poeta per ben tre volte aveva fatto la spola tra il letto e la tavola per potersi sollevare… col cibo.
Il MANNELLA (seppure è vero che lo andò a chiamare) tirò Ranieri in disparte ammonendolo di mandare incontamente per un prete; che di altro non v’era tempo.

Ed io incontamente mandai e rimandai e tornai a rimandare al prossimo convento degli agostiniani scalzi

scrive di seguito il Ranieri.
Egli non nomina e ne nominerà più il dottore MANNELLA, il cui compito, si badi, si limitò soltanto a poche convenevoli parole e le ultime furono: mandate a chiamare subito un prete, perché di altro non c e tempo. Il medico che pur lo aveva in cura da quattro anni, non disse di che male stava morendo il suo paziente che, a dir del Ranieri, meno di un’ora prima s’era seduto a mensa più gaio del solito. E nemmeno sappiamo se ” l’aureo ” dottor MANNELLA se ne tornò a piedi al Largo di Palazzo dove egli abitava nel palazzo del principe di Salerno, o se il cocchiere “Danzica” lo riaccompagnò con la carrozza.
La verità, come sempre, è una soltanto, e Antonio Ranieri si guardò bene dal dirla: egli voleva che il dottore NICCOLÒ MANNELLA (questo nome tenetelo bene in mente) gli rilasciasse un certificato dal quale DOvEVA risultare che il Leopardi NON era morto di colera. E dato il carattere irreprensibile del MANNELLA, dovettero volare anche parole grosse.
Un altro battibecco avvenne con il frate agostiniano, venuto per assistere il moribondo che intanto era già morto. Ma sentiamole le fregnacce del Ranieri:

In questo mezzo il Leopardi mentre tutti i miei gli erano intorno, la Paolina gli sosteneva il capo e gli asciugava il sudore che veniva giù a goccioli da quell’ampissima fronte, ed io, veggendolo soprappeso da un certo infausto e tenebroso stupore, tentavo di ridestarlo con gli aliti eccitanti or di questa or di quella essenza spiritosa; aperti più dell’usato gli occhi mi guardò più fisso che mai. Poscia:
-Io non ti veggo più – mi disse come sospirando. E cessò di respirare; e il polso né il cuore non battevano più.

Come in tutte le rappresentazioni teatrali dove non c e nozione di tempo, ndrànghete, il Ranieri fa entrare dalla comune il frate agostiniano. E dopo che egli stesso aveva constatato il decesso del poeta… pretende che il monaco somministri al morto i SS. Sacramenti. Padre Felice toccò e ritoccò il polso e il cuore e disse: – Quest’anima è già trapassata. Il Ranieri voleva far credere al monaco che il Leopardi fosse
ancora vivo, malgrado egli stesso ne aveva constatata la morte, e infatti lo scrive pure:

La state sparpaglia, come il verno riunisce. E quella state sparpagliò più che altra. La mia famiglia mio zio il parentado tutto, erano, chi di qua e chi di là, per la campagna. Si mandò per chi si potette. Sopraggiunse chi fu trovato; la prima, mia sorella Ferrigni; l’ultimo il prete. MA TARDI TUTTI

Se le persone non sopraggiunsero con la velocità di Pietro Mennea nei 200 metri piani, vuoi dire che se la sorella Ferrigni arrivando per prima, arrivò TARDI, il prete (che invece era un monaco) arrivando per ultimo, arrivò ANCORA PIÙ TARDI. Eppure il Ranieri voleva che il monaco somministrasse i Sacramenti ad un morto.
Apadre Felice non interessavano le cose terrene, egli s’intendeva di anime non di corpi. A lui non importava di che male era morto il Leopardi e, dopo di aver pregato al capezzale del defunto, scrisse il biglietto da servire al parroco dell’Annunziata a Fonseca per la registrazione nel libro dei defunti di quella parrocchia. Lo riportiamo dalle ” memorie ” dello stesso Ranieri.

Si certifica al signor parroco, qualmente istantaneamente è passato a migliore vita il conte Giacomo Leopardi di Recanati al quale ho prestato l’ultime preci de’ morti: ciò dovevo, e non altro. Firmato padre Felice da Sant’Agostino, agostiniano scalzo.

Il giorno dopo, 15 giugno 1837, il Ranieri riuscì a perpetrare la truffa con la complicità di amici compiacenti e disonesti.
Il primo, fl parroco dell’Annunziatella, il quale non tenne conto della certificazione di padre Felice e così registrò la morte del Leopardi:

A’ 15 giugno 1837 Don Giacomo Leopardi conte, figlio di Don Monaldo e Adelaide Antici di anni 38, munito dei SS. Sacramenti a’ 14 detto mese, sepolto idem. Deceduto Vico Pero n. 2

Rimediata la prima bugia con la complicità del parroco della Nunziatella a Fonseca, occorreva ancora il certificato di morte redatto da un medico. Si trattava di trovare qualcuno disposto a dichiarare ciò che il dottore MANNELLA si era rifiutato di fare. Ed ecco che il Ranieri trova anche quello nella persona di un medico compiacente, un certo dottor STEFANO MOLLICA, che mai prima aveva visitato il Leopardi. Ed ecco il falso certificato medico:
Io professor aiutante della Regia Università ho assistito a medicato il nominato conte Giacomo Leopardi di Recanati affetto da idropericardia e sebbene praticato tutti i mezzi che arte suggerisce, questi essendo riusciti inutili ha cessato di vivere verso le 21 italiane; ed in fede STEFANO MOLLICA – Napoli 14 giugno 1837

Da dove uscì questo Stefano Mollica? Quando praticò “tutti i mezzi che arte suggerisce”, se a vedere per ultimo il Leopardi fu il dottor NICCOLÒ MANNELLA? e se lo stesso Leopardi, un’ora prima era seduto a mensa PIÙ GAIO DEL SOLITO, prima che accadesse l’irreparabile? E perché il nome di questo Stefano Mollica, figura soltanto nel certificato e non pure, magari una sola volta, nelle ” memorie ” di quel fregnacciaro che fu Antonio Ranieri?
Eppure c e ancora chi ci crede, specìalmente i cosìddettì leopardisti. Credono ancora alla tomba nella chiesa di San Vitale a Fuorigrotta e a quella nel parco Virgiliano a Mergellina, dove non c’è stato maì niente.
Chi era Stefano Mollica? Perché volle aiutare il Ranieri a truffare i gonzi e la storia? Tutti quei falsi del resto non sarebbero serviti a nulla, perché nelle fosse comuni andavano a finire tutti, anche chi era morto per un semplice starnuto. Bastava allargare le ricerche sul “patriota” Stefano Mollica amico del “patriota” Antonio Ranieri, per accertare il falso commesso dai due “patrioti”.
Qualcosa riuscirono a fare, se si pensa che Giovanni Artieri in Penultima Napoli, nel 1963, e ancora in Napoli punto e basta?, nel 1980, cade nella trappola e scrive: Non molto tempo dopo Antonio Ranieri ritornò col medico Stefano Mollica che doveva abitare lì presso, e abbiamo visto che ritornò invece col medico Niccolò Mannella. Ma più di trappola, si tratta di una grossa cantonata presa da Giovanni Artieri.
Sentiamolo:

A Napoli, di giugno, i crepuscoli durano a lungo. Dalla collina di Capodimonte dovevano vedersi nel cielo percorso dai voli delle rondini ancora larghe strisce di chiarore. Erano le otto o le nove di sera.

Erano invece le cinque del pomeriggio, scusate la ripetizione.

In questo arrivò il padre Felice da Sant’Agostino, agostiniano scalzo. Guardò il medico Mollica che teneva ancora il polso del Poeta, guardò Antonio, disperato, che non volendo credere alla realtà lo invitò a verificarla, sperando. Non c’era che da pregare e tutti pregarono. Il monaco rilasciò il certificato di morte che conosciamo ed è esposto in cornice alla Villa Ranieri di Torre del Greco. Il dottor Mollica andò via subito.

Il dottor Stefano Mollica non vide mai il Leopardi, né in qualità di paziente, perché non l’ebbe mai in cura, né tantomeno nell’afoso pomeriggio del 14 giugno quando il poeta morì di COLERA. Il certificato di morte esposto nella villa di Torre del Greco (che non è stata mai di proprietà dei Ranieri) è la truffa perpetrata da Ranieri e da Mollica nel 1837, ai quali si aggiunge oggi, involontariamente, Giovanni Artieri.
I medici che prestarono le loro cure al malconcio Leopardi furono due, e SOLTANTO DUE: il dottor NICCOLÒ MANNELLA e il professore POSTIGLIONE.
Il primo era il medico personale di Leopoldo di Borbone, principe di Salerno, zio di re Ferdinando II, e abitava, come già accennato, nel palazzo detto appunto Salerno dove oggi c’è la sede del Comando Militare Territoriale. Durante l’estate però il medico si trasferiva assieme al principe nella villa ” La Favorita ” a Resina. Il secondo, il professor Postiglione (bravo chi riuscirà a rintracciarne il nome) abitava in Via Atri, una traversa tra la Via della Sapienza e Via Tribunali verso la Pietrasanta. Giovanni Artieri sfratta il Postiglione dal palazzo di sua proprietà, gli fa fare ‘o quatto ‘e maggio, e lo trasferisce ipso facto, da Via Atri a Toledo, nella sua casa di palazzo Berio.
Ci perdoni l’ottimo scrittore Giovanni Artieri: egli ha preso il dottor Stefano Mollica per il dottor Niccolò Mannella.
Il Mollica non fece altro che copiare il testo del certificato dalla bozza che il Ranieri gli aveva già preparata. E questo avvenne certamente nello studio del Mollica nella Regia Università, il giorno 15 giugno, quando il Ranieri sguinzagliò i suoi due fratelli per tutta Napoli per procurarsi i “documenti”. E il dottor Mollica si mise a disposizione… con tanti saluti a Don Antonio, cospiratore antiborbonico come lui. Ed ecco il dottor Stefano Mollica. Ve… lo presentiamo, dato che nessuno finora l’ha fatto, mentre avrebbero dovuto farlo da un secolo almeno, per smascherare la falsità di quel certificato medico in cui sì parla di idropericardia e di tutti i mezzi che arte suggerisce, e quando e accertato che l’estensore di quel certificato non visitò MAI l’ammalato.
Stefano Mollica era un medico siciliano. Oltre ad essere stato aiutante nella Regia Università, contemporaneamente o dopo, era chirurgo del primo battaglione della Guardia Nazionale, percepiva lo stipendio dal re e poi cospirava contro lo stésso monarca, era “patriota”.
Il 15 maggio del 1848, lo troviamo sulle barricate di Toledo e fu proprio lui, con la sua intemperanza, a provocare una carneficina orrenda che in fondo nessun patriota voleva, anche perché inutile.
La truppa schierata aveva avuto l’ordine di non aprire il fuoco. Anzi il re venuto a conoscenza delle barricate aveva detto:

– “Embé? E che so’sti barricate? Ma sti pazze che vonno fa’? Scennite mmiez’ ‘a strata e vedite d’ ‘e persuadé’ a nun fa’ succedere guaie!”.

Il Mollica ammazzò il capitano delle guardie svizzere Amedeo de Muralt, sparando su di lui per ben tre volte. La prima volta lo colpì ad una mano asportandogli tre dita, la seconda ad una scapola ed infine alla fronte (cfr. S. Di Giacomo il Quarantotto; P. Calà- Ulloa Ferdinando II di Borbone; D. Capecelatro Gaudioso Ottocento Napoletano).
Non valse a nulla l’ opera di persuasione dei veri patrioti, quali il
generale della Guardia nazionale, Gabriele Pepe, il vice presidente della Camera dei Deputati, Vincenzo Lanza, e Luigi Settembrini tornato dall’esilio da pochi giorni. Sarà proprio il Settembrini a scrivere:

E tutto questo per pochi stolti scapigliati che hanno voluto le barricate, non per combattere no, ma per ispaurire un uomo che era sdegnato, e aveva soldati e cannoni, e animo di Borbone, ed essi volevano farlo fuggire con le grida e le minacce.

Il dottor Stefano Mollica, nel processo celebrato nel 1853, difeso dal giovanissimo avvocato Enrico Pessina fu condannato a 25 anni di ferri. Alla fine del 1858, Ferdinando, in occasione del matrimonio di “Franceschiello” con Maria Sofia di Baviera, liberò tutti i condannati per i fatti del 1848-49, e li mandò in esilio perpetuo.
Stefano Mollica riparò in Piemonte (e dove volevate che riparasse?) e nel 1859 lo rivediamo al seguito delle truppe piemontesi, il cosiddetto esercito tosco-emiliano, col grado di chirurgo maggiore. E qui perdiamo le tracce del medico compiacente perché ” patriota ” come il Ranieri. Altra truffa perpetrata dal Ranieri è una lettera diretta al padre del Leopardi, conte Monaldo, il quale aveva espresso il desiderio che il suo figliuolo tornasse a Recanati in seno alla famiglia. Occorre precisare subito che si tratta di tre lettere: la prima datata Napoli, 13 giugno 1837; la seconda datata 17 e la terza in data 26 dello stesso mese. Tre lettere in pochi giorni. La seconda e la terza si conservano in casa Leopardi a Recanati. Della prima ” si dice ” che l’originale andò disperso in casa Leopardi. Ma guarda un po’, alla Biblioteca Vittorio Emanuele di Roma (le biblioteche italiane sono tutte intitolate a Vittorio Emanuele) esistono IN COPIA tutte e tre le lettere. La seconda e la terza corrispondono fedelmente ai due originali di Recanati. Della prima, ma guarda che combinazione!, a Roma esiste la copia e a Recanati ” andò disperso ” l’originale…
La verità è che a Recanari la prima lettera non arrivò mai, perché MAI fu spedita. Furono spedite soltanto due lettere, quella in data 17 e quella in data 26 giugno 1837, cioè successivamente alla morte del poeta, avvenuta il giorno 14 giugno, e perciò le DUE lettere si trovano a Recanati. Alla biblioteca romana sulla busta che contiene le tre COPIE si legge:

Fascicolo in cui si comprendono n. 3 lunghissime lettere APOGRAFE d’ Antonio Ranieri al Conte Monaldo Leopardi.

Appartenevano al noto letterato romano, che poi era di Orciano (Pesaro), Salvatore Betti (1792-1882) che raccoglieva e conservava tutte le scritture che riteneva importanti, e che quando non riusciva ad avere gli originali se ne procurava copie fedeli.
La lettera del 13 giugno 1837 è certamente retrodatata, e, se non è opera di un pataccaro, è un’altra diabolica trovata di Antonio Ranieri.

È il 13 giugno, giorno in cui ricorre la festività di S. Antonio di Padova; il colera fa strage della popolazione napoletana e di quella della provincia; in casa Ranieri si fanno i preparativi per la “partenza” per Torre del Greco (si fa per dire: Leopardi in preda agli effetti del colera, sta per “partire” per conto suo, ma non per Torre del Greco); il 13 giugno, il suo onomastico, in mezzo a quel marasma, a don Antonio, proprio allora, gli vien voglia di scrivere una lettera al conte Monaldo per informarlo sullo stato di salute del figlio Giacomo e fargli sapere che all’indomani lo avrebbe condotto a Torre del Greco..
Stralciamo dalla lettera apografa la parte che più ci interessa ai fini della nostra indagine, anche per ribadire ancora una volta, se ancora occorresse, che il medico Stefano Mollica non vide mai il poeta, né gli praticò ” i mezzi che l’arte suggerisce”, e che con il suo compiacente certificato attestò IL FALSO. Quale ” idropericardia”???!!!
Altra cosa strana è che nella lettera si leggono cose che il conte Monaldo, alla data del 13 giugno 1837, già conosceva da parecchio tempo, e quindi era inutile ripetere. La lettera, mai esistita in originale, fu redatta in ” copia ” molti anni dopo la morte di Leopardi e retrodatata per anteporla alle altre due ” copie”, in modo da mettere il minor spazio di tempo possibile tra la stesura della lettera e la morte del poeta e dimostrare che il Leopardi non morì di colera, ma repentinamente… per “idropericardia”.

Napoli 13 giugno 1837 Gent. Sig. Conte il dì quindici di maggio, egli si levò smanioso dal letto con un fiero affanno, che gl’ impedì per più notti di giacere, e lo gettò in una grandissima prostrazione di forza. Io non mancai di chiamar subito il Dottor Mannella, medico di corte, professore e clinico di rara sapienza ed esperienza, e che ha un particolare conoscimento della complessione di lui, perché lo cura oramai da quattro anni. Il Mannella mi dichiarò, che quell’ affanno era una minaccia d’ idropisia, o per parlare più esattamente, d’ idropericardia, gli ordinò assai medicine, dalle quali ha già ritratto qualche utilità, ma mi aggiunse esser quella una malattia derivante in sostanza da ragioni di struttura, e forse gentilizia (?!) ragioni accresciute dal lungo studio e dall’ età; nella qual malattia l’ arte aveva poco da fare, ma molto potea fare la natura; che l’ aria dei dintorni del Vesuvio massima quella di Torre del Greco, famosa per simile sorta di malori, poteva sola salvarlo

(il dottor Mannella fin da quando il Leopardi giunse a Napoli, nell’ottobre del 1833, aveva diagnosticato: tubercolosi). E ancora:

Il caso mi parve grave, e non volli stare al giudizio di un solo, benché io non conoscessi nessuno qui di cui mi fidassi più di lui. Chiamai il dottor Postiglione che è la prima riputazione medica della città, e il Postiglione mi confermò ad litteram tutto il detto del Mannella, aggiungendo solo che molto gli sarebbe piaciuta una cura di latte d’asina. Li riunii finalmente entrambi: e fu concluso che l’esperimento del latte d’asina sarebbe prolungato (vuoi dire rimandato) insino al finir del cholera, che ora infierisce qui spaventosamente; non essendo prudenza di esporre in questo frangente il malato a una diarrea nel caso possibile che il latte non gli giovasse.
Dopo ciò, dimani io lo condurrò alla villetta d’un mio parente sulla falda proprio del Vesuvio, comperata dai suoi maggiori assegnatamente come il più miracoloso rimedio dell’idropisia…

Il Ranieri più oltre finge (e noi fingiamo per un attìmo di credere) che la ” lettera”, proprio quella che non giunse mai a Recanati, gli era stata imposta dal poeta:

Ma infine Giacomo mi ha imposto di scrivergliene; ed io che mi sono proposto, da sette anni che egli convive meco, di contentarlo in tutto, non l’ho voluto scontentare né anche in questo. Ella può esser certa, che tutto quello che è possibile ai mortali> tutto è stato, è, e sarà fatto in pro del suo figliuolo, e dell’ unico amico che la Provvidenza mi ha conceduto, al quale sopravvivere sarebbe un problema di non facile risoluzione…

Ed infatti, per risolvere il “problema”, don Antonio Ranieri impiegò oltre mezzo secolo: morì a Portici il 4 gennaio 1888. Il problema, come si vede, fu veramente di difficile risoluzione.
Di questa presunta lettera, ripetiamo: IN COPIA, Si venne a conoscenza soltanto nel 1899 (milleottocentonovantanove), quando venne pubblicata da un certo Gennaro Buonanno in un opuscolo fatto stampare in occasione delle nozze Martini Marescotto-Ruspoli, avvenute in Roma. Non si è mai saputo, né si saprà mai, perché esiste la copia e non l’ originale, o meglio ora lo sappiamo: una delle tre copie, precisamente quella che reca la data del 13 giugno 1837, non era una copia e fu scritta molti anni dopo e retrodatata; per quale scopo, lo abbiamo già detto.
Antonio Ranieri ” lavorava” più per i posteri che per i contemporanei, a cui non riuscì mai a darla a bere. Egli pensava: col passare degli anni e con la morte di tutti i testimoni, va a vedere chi ha menato stu turzo. Chi mai potrà spiegare perché esistono DUE lettere autografe e TRE apografe. Diranno che un originale ” andò disperso in casa Leopardi a Recanati “… tanto la raccomandata con ricevuta di ritorno a quei tempi non esisteva. E guarda caso andò ” disperso ” proprio l’originale in data 13 giugno 1837!…

Giacomo Leopardi era giunto a Napoli il 2 ottobre 1833…
L’epidemia di colera, per la prima volta in Europa, ebbe inizio a Napoli il 2 ottobre del 1836 quando un doganiere del porto fu colpito dal male. Immediatamente furono prese tutte le misure per arginare il diffondersi del morbo. Primo provvedimento, preso personalmente da re Ferdinando Il, fu il divieto assoluto di seppellire i morti, anche se deceduti per qualsiasi altra malattia, oltre che nelle chiese, in qualsiasi punto della città, se non in due precisi luoghi appositamente allestiti: uno a Poggioreale e l’altro in una vasta cava di tufo abbandonata, sita nella zona detta delle Fontanelle. All’ordine rigorosissimo e alla fitta rete di controlli fissi e volanti non sfuggì nessuno. Morti di colera e non, tutti nelle fosse comuni, nudi e nella calce viva.
Tempestivamente vennero istituiti sette ospedali con oltre quattro-mila letti, decine di migliaia di lenzuole e camici, oltre sessanta punti di soccorso distributi nei dodici quartieri della città. Cantaia su cantaia di disinfettanti affluivano in ogni dove. Oltre a tutto ciò, venne istituito un lazzaretto sull’isolotto di Nisida (cfr. Giuseppe Russo Napoli come città, ivi 1966, pp. 179-80). Durante l’ epidemia, che si estinse soltanto nel settembre del 1837, morirono all’ incirca 20.000 persone, di cui 18.000 furono seppellite a Poggioreale e il resto alle Fontanelle, come indicano le lapidi murate nei due luoghi.
Al cimitero dei colerosi a Poggioreale:

Dieciottomila umane spoglie
consunte dall’ ineluttabile flagello
apparso il 3 di ottobre 1836
furono qui deposte

Al cimitero delle Fontanelle:

Napoletani!
quest’ossario che contiene
dei nostri antenati le meschine spoglie
e questo tempio
sorto per pietà di sacerdoti e di popolo
… è ricordo funesto della lue asiatica
del 1836
e monito di cristiana pietà ai posteri.

Se vogliamo calcolare la breve distanza che intercorre tra questo sito e la casa in cui morì il Leopardi, si può facilmente desumere che proprio qui vennero seppelliti tutti i morti della zona circostante, ivi compresi quelli della parrocchia dell’Annunziata a Fonseca, e quindi anche il poeta, come risulta anche dal registro dei morti di detta parrocchia, la cui giurisdizione era compresa nella sezione municipale Stella. Presso l’ufficio di stato civile di questa sezione i fratelli di Antonio Ranieri, Giuseppe e Luca, alle ore ” quindici e mezza ” (Ore 11,30) col certificato falso del medico Stefano Mollica, andarono a denunziare il decesso del poeta avvenuto il giorno prima, per… ” idropericardia “.
Ripetiamo: Antonio Ranieri ” lavorava ” per il futuro. Si preoccupò in tutta la sua vita di far credere che il Leopardi non morì di colera per giustificare meglio l’unica eccezione su ventimila morti, ma poi egli stesso scrisse nel 1845, in una specie di supplemento, quanto segue:

Il suo cadavere, salvato, come per miracolo, dalla pubblica e indistinta sepoltura dove la dura legge della stagione CONDANNAVA, O APPESTATI O NON, I GRANDISSIMI E I PICCOLISSIMI, fu seppellito nelle chiesetta suburbana di San Vitale su la via di Pozzuoli.

Il miracolo del ” salvataggio ” (!!!) lo raccontò poi Amerigo de Gennaro-Ferrigni nella commemorazione che egli fece il 15 giugno 1896, dopo sessant’anni. Ecco come nel breve spazio di 24 ore si sarebbero svolti i fatti. Cose da pazzi! Eppure c’è ancora chi ci crede.
Occorre tener presente che tutti i membri della famiglia Ranieri, durante la notte tra il 14 e il 15 giugno, ebbero ben poco da fare, se non piangere la perdita dell'”amico”, del “fratello”, del “padre” e via dicendo, e che col trascorrere delle ore il tempo a disposizione si ridusse sensibilmente.
Un’altra cosa importantissima da considerare è che il Leopardi venne fuori negli ambienti culturali napoletani Soltanto dopo il 1860, e che nel tempo in cui visse a Napoli era quasi del tutto sconosciuto. Sentiamo a proposito il letterato e senatore del Regno d’Italia, Bonaventura Zumbini-1836-1916 (ai torresi intanto diciamo che fu lui a dettare l’iscrizione della lapide murata sull’edificio del municipio di Torre del Greco, l’8 giugno 1899, a ricordo del secondo centenario del riscatto baronale).

Ma se ci ebbe i suoi fervidi ammiratori, non si può dire che il Leopardi fosse allora in Napoli tenuto in pregio così generalmente come in qualche altra regione d’Italia; anzi per certo che molta parte della stessa gente più colta non intendesse appieno la sua grandezza.

A sentire Amerigo de Gennaro-Ferrigni e tutti i corifei venuti dopo, i fatti si sarebbero svolti addirittura sotto la protezione e con la complicità del ministro di polizia Francesco Saverio Del Carretto, perché questi era… ” amico dei poeti “…
Il De Gennaro-Ferrigni (1856-1907) sapeva del “salvataggio” della salma del Leopardi dalla fossa comune per averlo appreso dallo zio Giuseppe Ranieri che gli aveva raccontato… la favola seguente:
La sera del 15 giugno 1837 dal Vico Pero sarebbero partite tre carrozze. Nella prima c’era la cassa contenente la salma del poeta; nella seconda c’erano il medico Mollica e i due fratelli Giuseppe e Luca Ranieri. La terza carrozza era di riserva.
Il De Gennaro-Ferrigni precisa pure che la cassa venne posta di traverso nella carrozza con le due estremità che sporgevano dagli sportelli aperti. Giovanni Artieri parla addirittura di una bara di noce massiccio con una targa di bronzo dorato col nome di Giacomo Leopardi e le due date estreme della sua esistenza, tutte cose MAI ritrovate.
Fingiamo per un poco di credere alle tante bùbbole raccontate e seguiamo Giovanni Artieri che le ripete aggiungendovi molta fantasia.

Ranieri aveva messo in moto le sue amicizie, per salvare Giacomo dalla fossa comune, alla quale due giorni prima era pur stato gettato il ministro della Guerra in carica, morto per colera. (si tratta del generale Fardella che non morì due giorni prima di Leopardi, era morto invece l’anno prima, nel 1836).
Così si intese col marchese Pietracatella (ex ministro degli Interni)
e il ministro di Polizia del Carretto. Ne ricevette promessa di tolleranza, per quanto riguardava l’applicazione delle rigide norme sanitarie e una carta, non ufficiale, per il trasporto del cadavere.
Antonio Ranieri, dopo di questo, in quelle pochissime ore…..

dopo aver pensato a lungo, aveva scelto anche il luogo dove seppellire il poeta: la chiesetta di San Vitale a Fuorigrotta, e per convincere il parroco, don Francesco Sortino o Sorbino, vi si recò di persona, elargì cospicue elemosine e regalò al sacerdote una spasella di pesce fresco

(per don Antonio Ranieri non esistevano ostacoli: anche il prete acconsentì subito, infischiandosene della legge, severissima per i trasgressori. Combinarono anche l’ora: le due di notte, ore 22, dello stesso giorno 15 giugno).
Poi don Antonio dovette procurarsi la carta non ufficiale per il trasporto del cadavere rilasciatagli dal ministro dal ministro di polizia in persona, il feroce generale Francesco Saverio del Carretto, proprio colui che lo aveva fatto arrestare cinque anni prima, appena sceso dalla diligenza al suo rientro a Napoli, perchè sorvegliato politico. Il Ranieri era tornato a Napoli per un indulto di Ferdinando II, a patto che doveva risiedere in Napoli e non oltrepassare la cinta daziaria. I fratelli Giuseppe e Luca sbrigarono altre innumerevoli faccende. Andarono a denunciare il decesso, avvenuto per idropericardia, alla sezione municipale Stella. Si recarono alla chiesa parrocchiale dell’Annunziata a Fonseca per far registrare il nome nel libro dei morti, avendo cura di far risultare, affermando il falso, che il Leopardi aveva ricevuti i SS. sacramenti, e anche qui il prete si mise a disposizione.
Nè l’ufficiale dello stato civile pensò di inviare ‘o carrettone cu ‘e schiattamuorte, nè il parroco fece obiezione alcuna circa il fatto che il defunto NON aveva ricevuto i Sacramenti, come risulta chiaramente dal certificato di padre Felice da S.Agostino. Evidentemente, anche se non lo dicono, anche qui dovettero ” correre”, come si dice a Napoli, altre spaselle di pesce fresco.
C’è da immaginare inoltre l’affannosa corsa dei due fratelli alla ricerca: di un intagliatore ebanista per procurarsi la cassa da morto di noce massiccio, artisticamente scolpita; di una fonderia per trovare una targa di bronzo adatta alla bisogna; poi di un incisore per fare incidere il nome e cognome del poeta e le due date; e di un orefice disposto a patinare la targa con uno spesso strato di oro a 24 carati.
Occorrevano ancora carrozze, oltre quella di casa Ranieri, ed ecco subito pronte quelle di casa Poerio e quella di casa Falanga coi relativi cocchieri.
Manca ancora qualcosa: il rilevamento del volto del defunto, e a questo ci pensa tosto don Antonio, ordinando allo scultore Tito Angelini di volare a vico Pero per rilevare il calco. La sera del 15 don Antonio Ranieri, stanchissimo, andò a dormire. Ad effettuare il “Raid”. notturno, restarono i suoi fratelli, e guarda un po’!, il dott. Stefano Mollica….
Per trovarsi all’appuntamento con il parroco di San Vitale a Fuorigrotta, dovevano partire, al più tardi, intorno alle venti e trenta, ora di Francia, vale a dire quelle segnate sul quadrante, e alle venti e trenta, a metà giugno è quasi giorno ancora, e quindi non può essere vero ciò che scrive l’Artieri, e cioè che il solitario corteo passò per le vie di Napoli deserte e buie.
Le strade non erano nè deserte, nè buie, erano invece affollate ed illuminate mai come allora, per l’andirivieni di carretti che trasportavano calce, disinfettanti e morti, nonchè di gente intenta a bruciare indumenti e suppellettili appartenute a colerosi, sia se questi venivano inviati ai lazzaretti, sia che al cimitero. Insomma, tutte le strade erano costellate da centinaia di falò, una versione triste dei famosi cippe a sant’Antuono, e gremite di sorveglianti, di guardie e di monatti. Altro che deserte e buie…..,
Don Antonio dunque racconta che Le tre carrozze partirono da S. Teresa, e , pur viaggiando in senso inverso alla rotta da seguire per raggiungere l’uno o l’altro dei due cimiteri, e pur recando il morto a …. bordo, nessuno, diciamo nessuno, fermò il funebre corteo per domandare:- Neh, ma vuie addo jate?! -specialmente nei pressi del Museo, alla deviazione per Foria e per Poggioreale. Secondo i culturati e i paracul….turati, non avvenne nulla di tutto questo.
– Eh op,’a miezo! – e le “3 carrozze 3” in una delle quali c’era la bara di traverso, attraversarono, inavvertite e indisturbate, tutta Napoli, come se si stessero recando alla festa di Piedigrotta. E infatti a Piedigrotta si presentò l’unico intoppo della serata, a sentire i lettereati storici.
I doganieri di guardia alla cinta daziaria fermarono le carrozze e vollero vedere se nella cassa non ci fossero, per caso, bottiglie di “Gragnano”, capecuolle di Giugliano, o prosciutti di Caivano. Ma solo per questo…..
Quando videro che nella bara c’era veramente un cadavere, sempre secondo gli studiosi della materia “leopardiana”, quasi quasi stavano per farli passare con le relative scuse e senza far notare, agli improvvisati schiattamuorte, che i cimiteri si trovavano alla parte opposta della città e perciò dovevano invertire la rotta: Ma poi vedendo dei tagli sul cadavere (e solo per questo), le guardie s’ impressionarono e arrestarono il terzetto e i cocchieri. – Ma vedete- escamò il medico Mollica- voi non sapete chi siamo noi! Noi abbiamo il permesso di tolleranza non ufficiale!
-Vuie ‘a cca nun ve muvite, a gghiuorno se ne parla!- disse il caporale dei dazieri, aggiungendo subito: –Addurmiteve dint’ ‘e carrozze.
Per i leopardisti niente di tutto questo. Loro seguono pedissequamente tutte le fregnacce raccontate e scritte dai vari Ranieri e dal De Gennaro Ferrigni e, come questi, vogliono ad ogni costo far credere che veramente la salma del Leopardi fu salvata dalla fossa comune, e che nella notte tra il 15 e 16 giugno avvenne il trasporto da S. Teresa a Fuorigrotta.

Scrive Giovanni Artieri:
Il permesso in possesso dei due Ranieri venne ritenuto insufficiente o apocrifo, per cui le guardie bloccarono tutto in attesa dell’ indomani.

Poi si decise di inviare in città Giuseppe Ranieri, appena ventiquattrenne, allo scopo di recarsi direttamente dal ministro di polizia, Francesco Saverio Del Carretto, per farsi rilasciare un secondo permesso di tolleranza, ma questa volta in forma ufficiale, magari su carta intestata con lo stemma di Stato e munito dei relativi sigilli di ceralacca.
Il cocchiere Danzica, spronò i cavalli, e via….
Proprio in quei giorni, se non in quelle ore, il generale Del Carretto, aveva un diavolo per capello. L’epidemia di colera aveva raggiunto anche a Sicilia. Gli isolani morivno a migliaia (alla fine se ne conteranno 65.256). E morivano trucidati innumerevoli funzionari di Stato, accusati di aver propagato il terribile morbo per punire i siciliani che si ribellavano al potere del re di Napoli. Ancora pochi giorni e il generale Del Carretto sarebbe partito da Napoli con le truppe alla volta dell’isola per domare la rivolta. Secondo i leopardisti, il generale Del Carretto, oltre all’impossibile rilascio del “permesso di tolleranza”, sarebbe stato disposto anche a rilasciarne un altro….” con un ordine più preciso”, in contrasto con la severissima legge in vigore, e ( cose da pazzi) recante la propria firma, perchè…… era amico dei poeti.
Scrive ancora Giovanni Artieri, sempre sulla base delle fesserie tramandate dai Ranieri e dal De Gennaro-Ferrigni, che:

verso le undici e mezzo (sic) avendo svegliato dal sonno il del Carretto, Giuseppe Ranieri ritornò con le carte richieste.

Chissà quante carte!…
Solo per un senso di pudore, gli scrittori che si sono interessati alla faccenda, non hanno mai descritto l’incontro con il relativo… “ricevimento ” avvenuto in piena notte, tra Giuseppe Ranieri e il generale Del Carretto, e la levataccia di quest’ultimo per scrivere di suo pugno un documento con il quale si contravveniva ad una legge severissima. Proprio lui, il ministro di polizia, il feroce e forcaiolo Del Carretto… Peccato che quella scena non l’abbiano descritta, sarebbe stata veramente interessante e, nello stesso tempo, anche… esilarante.
Il terzetto col morto (stavamo per scrivere il ” tressette “) arrivò a Fuorigrotta nelle ore antelucane, quando il prete, visto che l’ ora dell’ appuntamento era trascorsa da un pezzo, se ne era andato a casa a dormire, dopo di aver cenato con un’ abbondante frittura di gamberi, di calamari e di triglie d’ ‘o mare ‘e Margellina, prese dalla spasella regalatagli da don Antonio Ranieri e innaffiata col bianco vinello d’ ‘o Monte ‘e Proceta. E dato che il vino richiama alla mente l’ oste, diciamo pure che il povero prete si era fatto i conti, appunto, senza l’ oste, cioè senza l’ onnipotenza di tutta la famiglia Ranieri, per la quale non esistevano ostacoli di qualsiasi genere fossero.
Non conoscevano se il prete si chiamasse Sortino o Sorbino, né conoscevano l’ubicazione della casa dove egli abitava, eppure, dopo di aver svegliato l’ intera popolazione di Fuorigrotta e di Bagnoli, riuscirono a rintracciare il prete e a strapparlo dalle braccia di Morfeo, come avevano fatto con il generale Del Carretto, con la sola differenza, che è quella per cui il prete, essendo tale, non poteva neanche bestemmiare, e chissà se non lo avrebbe fatto se in tutte le balle raccontate, o in almeno una, ci fosse stata una sia pure minima traccia di verità. Noi stiamo parlando di fatti mai accaduti, appunto perché impossibili.
Stando alle chiacchiere, il prete andò in chiesa, benedisse la bara

dopo di averla aperta per costatare la presenza del corpo di Leopardi (G. Artieri “Penultima Napoli”, Milano 1963, pag. 318).

La truffa non venne perpetrata quella notte, ma piuttosto nei giorni successivi, quando la salma del poeta era già stata impacchettata assieme ad altre nella calce viva in una fossa comune al cimitero delle Fontanelle.
Con la complicità del prete corrotto e disonesto, e non per una semplice spasella di pesce soltanto, fu facile a don Antonio Ranieri sottrarre da qualche cripta delle ossa, metterle in una cassa, che di noce massiccio non era, e tumulare il tutto nella chiesetta di San Vitale.
La verità verrà a galla soltanto sessantatré anni dopo, il 21 luglio del 1900, quando, finalmente, da una ricognizione risultò che la cassa conteneva due femori, altre ossa frammiste a terriccio e, non senza sorpresa si notò l’assenza del cranio, la parte più nobile.
Orrore! Si gridò allo scandalo, alla profanazione della tomba, alla sottrazione del prezioso cimelio.
Quella cassa non racchiuse MAI i resti di un corpo umano intero, tantomeno quello di Leopardi.
Antonio Ranieri e i suoi parenti potettero inventare tutte le bubbole da raccontare ai gonzi, ma non poterono mettere nella cassa, perché impossibile a trovarlo, il corpo o un scheletro intero aventi le stesse caratteristiche del corpo del Leopardi doppiamente gobbo; né potevano introdurre nella cassa un teschio, facilmente identificabile tramite il calco della maschera rilevata dallo scultore Tito Angelini, dalla quale, poi, il pittore Domenico Morelli, ricostruì le sembianze approssimative del poeta e che i culturati chiamano ” ritratto”. Quale ritratto?!. Quando morì il poeta, Domenico Morelli contava appena undici anni.
Dalla cassa non mancava soltanto il teschio. Per le ragioni suddette mancavano ovviamente anche la colonna vertebrale e la cassa toracica, altri elementi dai quali sarebbe risultato evidente che i resti NON erano quelli di Giacomo Leopardi. E alle tante balle se ne aggiunse un’altra: l’ umidità della zona aveva disfatto le ossa che mancavano.Se invece di una tomba falsa, il Ranieri, per onorare la memoria dell’ amico, avesse elevato un cenotafio vero, proprio nel cimitero dei colerosi a Poggioreale o in quello delle Fontanelle, come avvenne per tanti uomini illustri, non avrebbe tolto alcun merito, né diminuita la grandezza del poeta, e non sarebbe passato alla storia per il più grande bugiardo e truffatore dell’ Ottocento napoletano, e noi oggi, con l’ approssimazione di qualche metro, sapremmo almeno il luogo esatto in cui fu sepolto Giacomo Leopardi, come sappiamo dove furono sepolti tanti uomini illustri, quali il grande incisore medagliere Achille Arnaud, il pittore olandese Antonio Sminck Van Pitloo e l’ insigne musicista napoletano Nicola Zingarelli e tanti altri che non hanno nulla da vergognarsi per essere morti di colera. Proprio sul cenotafio di Nicola Zingarelli, dove c’ è anche l’ effigie del grande musicista, scolpita dallo stesso Tito Angelini che rilevò la maschera del Leopardi, in una delle due iscrizioni lapidarie sono incise delle parole che dovrebbero far riflettere i mitomani e gli ammiratori del poeta. Eccole:

NICCOLÒ ZINGARELLI
FU PER ARTE DI MUSICA E PER LETTERE CHIARISSIMO

LA SUA MORTE
FU DA’ CITTADINI E DA’ FORESTIERI COMPIANTA
CHE DEI CHIARI UOMINI
TUTTA LA TERRA E’ PATRIA E SEPOLCRO

e chissà se Basilio Puoti, autore dell’iscrizione, non volle attraverso queste sue parole sferzare Antonio Ranieri per la truffa da lui perpetrata.
Oggi dicono che nel Parco Virgiliano c’è la TOMBA di Leopardi… beato (per non dire fesso) chi ci crede.

*** *** ***

La Villa Ferrigni a Torre del Greco

Giacomo Leopardi non soggiornò a lungo in quella casa di campagna che oggi va sotto il nome di “Villa delle Ginestre”.
Il poeta vi dimorò a malincuore due volte: nella primavera del 1836, e dalla fine di agosto dello stesso anno a tutto il febbraio del 1837. E se il secondo periodo durò più a lungo (sei mesi) fu solo perché a Napoli infuriava il colera di cui il Leopardi aveva un terrore matto. Appena si seppe che l’epidemia era finita (in realtà era solo latente) il poeta volle tornare a Napoli. Dopo meno di due mesi di tregua, verso la fine di aprile, con i primi tepori primaverili, il morbo riprese ad infierire con maggiore veemenza, e non soltanto a Napoli. Ai primi di maggio, a Torre del Greco, moriva il direttore del Conservatorio di S. Pietro a Maiella, il gran musicista Nicola Zingarelli e per questo motivo, chiacchiere di Antonio Ranieri a parte, il poeta spaventatissimo non volle più tornare a Torre del Greco. Il colera c’ era anche a Torre. La progettata partenza per Torre del Greco fu tutta una messa in scena del Ranieri per distogliere l’attenzione del vicinato, e far capire loro che godevano ottima salute tutti i componenti la famiglia compreso il poeta tanto che si era in procinto di partire per la… villeggiatura.
Stanislao Ascione (La Mirabile terra vesuviana, pag. 60) entusiasta per il soggiorno di sì grande poeta, scrive che… egli soggiornò in questa villa dal 1833 fino alla metà di febbraio dell’anno 1837, e lo… costringe a soggiornarvi per ben quattro lunghi anni.
La villa, o meglio la casa rustica con il fondo circostante, che Enrichetta Capecelatro giustamente chiama casa di campagna, apparteneva un tempo al celebre canonico napoletano Giuseppe Simioli (1713-1779) che tanta rinomanza ebbe nella seconda metà del Settecento.Il suo nome figura in tutti i testi in cui si parla di giansenismo e di cui abbiamo diffusamente parlato al capitolo dedicato a Gaetano de Bottis. Infatti il Simioli fu maestro di Teologia del grande cittadino torrese. Rettore del Seminario Urbano, dove studiò il de Bottis, aveva anche la Cattedra di Teologia nella Regia Università di Napoli, e il suo nome non era ignorato dai giansenisti dell’ intera Europa.
Il canonico torrese Francesco Saverio Loffredo lo paragonò addirittura al grande Dottore della Chiesa san Tommaso d’Aquino; sentiamolo:

Fu a que’ dì, che credé Napoli risorto l’Angelico Dottore, quando udì dalla cattedra insegnar Teologia, in ancor bionda e fresca etade, Giuseppe Simioli; e pronto allora fra’ primi Gaetano de Bottis ed assiduo uditore, alla presenza de’ più distinti personaggi, con le frequenti ingegnose dispute e pubbliche tesi fra’ i più valorosi, sostenea l’ onor della scuola.

Per la morte del cardinale Antonino Sersale avvenuta il 24 giugno 1775, Giuseppe Simioli venne eletto Vicario Capitolare dell’Arcidiocesi, e il 3 marzo 1776 prese possesso della stessa, con procura del nuovo
arcivescovo mons. Serafino Filingeri, in attesa che questi giungesse da Palermo (cfr. Salvatore Loffredo I Vicari Generali della Chiesa Napoletana dal sec. XIV ad oggi, Napoli, 1980).
Amico di Bernardo Tanucci, il Simioli ospitava spesso nella villa il primo ministro di Ferdinando IV, e tra un sorso e l’altro di ” Lacrima Christi “, confabulavano certamente intorno alla soluzione migliore per cacciare i Gesuiti dal Regno di Napoli, mentre Gaetano de Bottis, benché interessato anch’ egli alla faccenda, perlustrava la lava del 1760 alla ricerca delle pietre vesuviane per la sua grande collezione (circa la frequente presenza del Tanucci nella villa, cfr. Enrica Viviani della Robbia Bernardo Tanucci ed il suo più importante carteggio, Firenze 1942 vol. I, pag. 242).
Come si vede la storia della villa non incomincia col Ferrigni e col Ranieri. Altri uomini illustri essa ospitò, tra i quali il de Bottis che, per essere torrese, a noi interessa più da vicino. Giuseppe Simioli morì il 22 gennaio 1779. Dopo di lui, la villa, non sappiamo come, la troviamo di proprietà di Giuseppe Ferrigni. E non sappiamo neppure come Giovanni Artieri possa scrivere che la ” proprietà era pervenuta dal nonno materno, monsignor Simioli, dotto prelato, amico del Tanucci, del Lambertini e del Ganganelli ” (Clemente XIV, il papa che soppresse l’ Ordine dei Gesuiti). Povero mons. Simioli! Anticurialista, giansenista, sì, va bene, ma che il ” dotto prelato”, per essere nonno avesse avuto dei figli, questo no. Perciò andiamo a fargli le dovute scuse in Santa Restituta dove c’è il suo marmoreo busto.
Appena costituito il Regno d’Italia con la capitale a Torino (1861), i patrioti raccolsero i frutti del loro… patriottismo, e tra questi Giuseppe Ferrigni nominato vice presidente del Senato.
Nato a Napoli il 27 luglio 1797, il Ferrigni aveva sposato Enrichetta Ranieri, sorella di Antonio, dalla quale ebbe quattro figlie di queste, due soltanto interessano la storia della villa.
La primogenita, di nome Argìa, sposò Luigi De Gennaro ed ebbe un figlio di nome Amerigo, nato a Napoli il 16 maggio 1856.
L’ altra, Calliope, sposò Antonio Capecelatro ed ebbero una figlia, Enrichetta, nata a Torino il 12 settembre 1863.
Alla morte del senatore Giuseppe Ferrigni, avvenuta a Torino il 29 dicembre 1864, la proprietà spettò alla primogenita Argìa e da questa al figlio Amerigo. Eppure, non si crederebbe, l’ Artieri, non una volta sola, scrive che Amerigo… era il marito di Argia Ferrigni, cioè della madre (cfr. G. Artieri Penultima Napoli, 1963, pag. 303 e Napoli punto e basta, 1980, pag. 210). Le puntualizzazioni non sono frecciate dirette all’ illustre scrittore napoletano qual è l’ Artieri, e se le stiamo a fare è solo per evitare che qualche “culturato” di turno possa attribuire a noi gli errori degli altri.
Amerigo De Gennaro, come tutti i nobili, assunse anche il cognome della madre e si chiamò Amerigo De Gennaro-Ferrigni e all’ età di 41 anni, nel 1897, dopo un’infinità di contrasti, riuscì a sposare la contessina Adelaide Leopardi, figlia di un pronipote del poeta.
Erano ancora in viaggio di nozze quando, a Firenze, la sposa fu colpita da una persistente febbre. Amerigo la condusse subito a Napoli ma, purtroppo, tutte le cure risultarono inutili: la febbre non era altro che tifo, per cui la sposa tanto amata e agognata, gli fu strappata dalla morte dopo solo quattro mesi di matrimonìo.
Per lo strazio provato Amerigo fu sul punto di perdere la ragione e nei momenti di supremo sconforto pensava di andare a rinchiudersi nel monastero di Montecassino. Poi, l’ affetto dei suoi fa

Ma dove e come morì Giacomo Leopardi? ecco le vicende..ultima modifica: 2008-06-28T14:05:00+02:00da presidenteabbac
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